La Torre Corazzata

Gli anni ’90 del XIX secolo erano caratterizzati da crisi degli imperi coloniali e da crescenti tensioni fra grandi potenze. L’Europa era sommariamente in pace da più di vent’anni dopo la conclusione dei grandi processi di unificazione nazionale di alcuni importanti stati ( Italia e Germania ) mentre infuriavano guerre e rivoluzioni alla periferia dell’Occidente all’epoca cuore pulsante dell’economia e della politica su scala globale. Gli Stati Uniti, dopo la guerra civile, stavano iniziando ad entrare nel club delle grandi potenze mentre un plurisecolare impero stava collassando ( Spagna ) ma nessuno presagiva l’imminente fine di un intero mondo. In quegli anni la tecnologia stava entrando massicciamente nella vita delle persone in misura non minore di come i telefonini ed internet stanno facendo a giorno d’oggi. I telegrafi si diffusero fin dagli anni ’80 mentre il cinema cominciò ad imporsi proprio negli anni ’90. Diverse scoperte ed innovazioni in diversi campi dello scibile umano determinarono l’instaurarsi di una visione ottimistica dell’evoluzione della civiltà da parte degli appartenenti ai ceti sociali più fortunati mentre crescevano,irrisolte, importanti disuguaglianze sociali. Ideologia e religione assunsero nuovi connotati per rispondere ai crescenti bisogni di una soluzione anche violenta. Gli anni ’90 del XIX ricordano, in modo sinistro e paradossale, aspetti fondamentali degli anni ’90 del XX secolo come,appunto, trionfo di alta tecnologia e profondi mutamenti derivanti con conseguenze importanti con in comune la facile manipolazione dell’opinione pubblica e l’uso strumentale di simboli culturali e religiosi per mobilitare e creare conflitti. Da notare che, proprio in quei anni, stavano per essere pubblicati vari romanzi del geniale H.G Wells con dubbi e certezze sui ritrovati della tecnologia per il destino dell’Umanità. La pace che regnava in Europa era però illusoria.

Europa fine XIX secolo

Lo sviluppo poderoso della Germania stava destabilizzando fragili equilibri economici minacciando gli interessi dei potenti ma invecchiati imperi coloniali così come oggi si assiste al confronto fra paesi emergenti e paesi in declino. Italia,appena riunificata con supporto britannico per contrapposizione a Francia ed Austria, si stava ritagliando un suo spazio nell’arena lanciandosi in una costosa avventura militare ( Etiopia ) e tessendo complicati rapporti diplomatici fra le grandi potenze non sempre in piena consapevolezza dei propri limiti di un paese timidamente avviato ad industrializzarsi. In quello stesso periodo si stava imponendo la corazzata intesa anche come strumento di proiezione di potenza a più dimensioni nella misura non diversa delle attuali portaerei. Le coste tornarono ad essere vulnerabili al formidabile potere distruttivo dei calibri navali e tutti i paesi più avanzati si industriarono ad ammodernare le difese, in particolare potenze minori che non potevano permettersi costosi programmi navali. Il Governo italiano ( Francesco Crispi ) stava studiando l’applicazione ai nuovi sistemi di fortificazione costiera con motori a petrolio e sistemi idraulici di grande potenza contro le Navi da Battaglia. Era ritenuta concreta la possibilità di un conflitto contro la Francia allora una delle principali potenze navali dell’epoca. Si valutarono diverse posizioni geografiche per tutelare aree di vitale importanza strategica come Taranto che si era guadagnata particolare valore per l’istituzione di porto militare con arsenale annesso proprio in quel periodo. Alcune batterie erano già realizzate a sua protezione ed insieme all’articolato sistema difensivo fu scelta l’isola di S.Paolo come sede per la costruzione di una Torre Corazzata di tipo Gruson per ospitare speciali cannoni antinavali. Nel 1895 furono elaborati schemi e disegni per ospitare due cannoni da 40 cm della britannica Elswick Work e tedesca Krupp protetti da calotta corazzata ( ghisa indurita ) e manovrabili a seconda delle esigenze con aiuto di potenti sistemi meccanici all’epoca di avanguardia. Si ricorreva all’ausilio di sistemi idraulici per permettere il movimento di rotazione ed elevazione del congegno combinando processi di pressione e scarico attraverso alberi e torchi meccanici. Il munizionamento era garantito da piattaforme sollevate da paranchi idraulici e le batterie ritornavano all’interno con variazioni di pressione immessa nei cilindri addetti. Il personale ( circa 40 uomini ) doveva trasferire munizioni su binari comunicanti le sezioni interne del complesso.

per gentile concessione Archivio di Stato di Taranto – gru di trasferimento di componenti

Le cannoniere Castore e Polluce fornirono supporto per il progetto mentre da La Spezia giunsero i cannoni e colossali gru da più di cento tonnellate furono impiegate per il trasferimento. Sull’isola di S.Paolo si erigeva una massiccia piattaforma abbinata con binari per preparare il trasferimento. I cannoni venivano integrati su una piattaforma mobile già adottata per la Torre Corazzata di La Spezia con una rotaia interna e supportata da diversi locali per personale e materiali. Il movimento offerto da congegni idraulici era determinato dall’alimentazione generata da motori a petrolio piuttosto che dalle consuete caldaie a vapore per il vantaggio di minore tempo di raggiungimento di livello di pressione adeguata.

Si noti che la calotta protettiva, ancora visibile, pesa più di 80 tonnellate solo per rendersi conto della vastità del progetto. La cupola veniva mossa da motrici a pressione idraulica di tipo Amstrong. La Torre si appoggiava alla batteria Ammiraglio Aubry tutte del medesimo progettista Tenente del Genio Emilio Marrulier.

La cupola corazzata ancora visibile da Google View
per gentile concessione Archivio di Stato di Taranto – vagone porta cariche

All’interno vi erano locali che servivano il sistema in tutte le sue fasi di attività. Vi erano locali per motori a petrolio,dinamo,motrici,serbatoi e vasche per l’acqua, accumulatori idraulici, depositi per carrelli porta cariche. Le spolette ed inneschi erano in locali separati da quelli riservati per le cariche. Le munizioni,in custodie metalliche,si spostavano su binari comunicanti all’interno di piccoli vagoni tramite spinta del personale. Vi erano sezioni per macchine idrauliche per la rotazione della cupola corazzata. I corridoi comunicanti erano illuminati con energia elettrica. Il complesso era collegato non solo alla batteria ma anche alla struttura per ricoveri alla prova per personale e servizi generali. Tutto il complesso era disegnato per subire al minimo possibile l’impatto dei proiettili navali di grosso calibro.

In Italia si voleva realizzare un altra torre a Punta Maralunga ma poi non se ne fece più nulla e di conseguenza in tutta la penisola esistono attualmente solo due Torri Corazzate di difesa costiera ( La Torre Umberto I° in La Spezia e Torre Vittorio Emanuele II° a Taranto ).

cupola corazzata della Torre Umberto I in La Spezia

Le Torri erano emblema di una concezione di guerra navale inesorabilmente superata dall’introduzione di una nuova arma all’epoca imprevista quale l’aeroplano all’alba del XX secolo. Le fortificazioni navali,ancor prima dell’uso miliare della nuova invenzione, erano state già argomento di dibattito in seguito agli avvenimenti della guerra russo-giapponese in cui si rese evidente l’inutilità di tenere chiusa una flotta contro un avversario determinato ed aggressivo. Le Torri Corazzate, un tempo ambiziosi esempi di ingegneria militare,erano già obsolete al momento della Grande Guerra divenendo,successivamente, piattaforme per arma contraerea di ben differente calibro e utilizzo generale. I piccoli ma efficienti Swordfish,superando senza problemi la già debole difesa contraerea, segnarono poi la fine definitiva della breve storia della Torre Corazzata di S.Paolo.

Fairey Swordfish

Le Porte del Mare

Taranto ha subito nel corso dei secoli continue incursioni dal mare. Assalti condotti con inusitata violenza a spese della popolazione che è stata oggetto di deportazioni e massacri, nonostante le mura e le difese, almeno dal X secolo dopo cristo alla fine del XVI secolo. In un paio di circostanze la città fu rasa al suolo e ricostruita con nuove fortificazioni, in particolare il Castello oggi conosciuto come “Aragonese” per semplicità. Diverse strutture difensive sono state rimosse,demolite o disarmate lasciando talvolta nessun segno della loro esistenza. Una scomparsa dovuta anche per reazione agli innumerevoli divieti imposti dalle autorità borboniche che avevano conferito a Taranto la qualifica di “Città Fortificata” con la conseguente impossibilità di edificare fuori dalle mura nonostante i disagi della comunità, in sovrappopolazione, concentrata nell’isola oggi conosciuta come “Taranto Vecchia”. La caduta dello Stato Borbonico ha riaperto la questione e il nuovo regime, dopo l’Unità, ha autorizzato la tanto attesa demolizione della cinta muraria ampliando e liberando aree per l’edificazione a beneficio della collettività da lungo tempo oppressa da oggettivi problemi igienico-sanitari. L’epopea di allargamento urbanistico ha, però, anche cancellato o nascosto gradualmente, in quasi due secoli, molte postazioni difensive munite di artiglieria di origine napoleonica lungo il tratto costiero per il Mar Grande. Napoleone aveva tratto infatti la conclusione che la Città dei Due Mari fosse in una grande posizione strategica per il controllo del Mediterraneo nel corso delle continue guerre contro l’Inghilterra. La trasformazione di Sicilia e Malta in avamposti britannici aveva spinto l’Imperatore dei Francesi a controbilanciare con un importante base militare a Taranto anche come segno di potenza e controllo politico nel Mezzogiorno indirettamente sottoposto al dominio francese. In questo senso Napoleone dispose di chiudere l’ingresso al Mar Grande con una successione quasi continua di fortini muniti di artiglieria. Gli ambiziosi propositi di vero e proprio porto militare rimasero sulla carta ma i cannoni sopravvissero alla caduta napoleonica per poi gradualmente sparire per incuria,manomissioni e rimozioni nel corso dei decenni successivi sotto il ripristinato regime borbonico.

le batterie durante la dominazione francese 1806-1815

La Marina borbonica non si riprese mai dalla distruzione di un centinaio di battelli fortemente voluti da Carlo III e Ferdinando IV da parte degli inglesi nel 1799. Il funesto evento comportò il rapido declino di Taranto come potenziale porto militare. Il maresciallo Don Lorenzo di Montemayor aveva redatto un particolareggiato rapporto sullo stato della piazzaforte sottolineando le pessime condizioni pur ammettendo la sua ideale posizione strategica. Il rapporto non ebbe seguito e si ridusse moltissimo la guarnigione stessa lasciando in stato di abbandono diverse infrastrutture militari. Una parte di esse fu riutilizzata per funzioni di conventi,magazzini e carceri compreso l’ex-Convento dei Celestini trasformato dai francesi per la guarnigione e poi, per molto tempo, sede di comando del presidio borbonico. La sede verrà demolita negli anni ’20 del XX secolo successivamente restituendo alla Città le famose Colonne di Poseidone.

le Colonne Doriche

Un episodio di tumulto, alimentato dal brigante Don Ciro Annicchiarico, turbò per poco tempo la generale quiete che caratterizzò gli ultimi anni del governo del Regno delle Due Sicilie sulla Città dei Due Mari. Le innovazioni furono poche e maggiormente concentrate sul Castello nonostante ci fosse un ambizioso progetto ( 1835 ) di ripristinare e rinnovare le batterie sull’isola di S.Paolo e quelle di S.Vito. Verso la fine del regno il Castello divenne carcere con conseguenti radicali modifiche strutturali ( in particolare la Torre San Cristofalo ) mentre subirono danni ingenti per scarse cure di manutenzione diverse fortificazioni del complesso. Il Regno d’Italia non si interessò subito al recupero della piazzaforte. I porti militari dello stato unitario, con relative fortificazioni ed infrastrutture, erano Spezia,Ancona e Napoli a tutto detrimento di Taranto. Simone Pacoret di Saint Bon studiò con grande interesse la Città dei Due Mari e diede finalmente impulso a riconsiderarne l’importanza a partire dal 1870-71. Gli anni ’70 del XIX secolo furono caratterizzati da febbrili lavori che mutarono radicalmente la fisionomia stessa della città con l’apertura del Canale Navigabile come episodio più rappresentativo dell’epopea.

Il resto delle numerose fortificazioni, ormai in rovina, venivano demolite o inglobate dall’edilizia di una città in piena fase di espansione urbanistica. La Cittadella, che presidiava l’ingresso sul lato occidentale, venne abbattuta compreso la Torre di Raimondello insieme alla fontana eretta in onore dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo. Dal 1893, in considerazione delle importanti innovazioni tecnologiche occorse sulla guerra navale, si iniziò alacremente a sviluppare nuove batterie anche a prezzo della distruzione della tomba del generale francese Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos autore del famoso Le Relazioni Pericolose e sepolto nell’isola di S.Paolo nel 1803. La costruzione delle batterie era accompagnata da continui interventi per il costante ammodernamento delle apparecchiature e sistemi d’arma nei limiti dei fondi disponibili. In diverse località circostanti si aprirono magazzini,caserme e campi di tiro nonostante il problema di penuria d’acqua ( provveduta all’epoca dall’allora Acquedotto Leccese ) e di disagi per non sempre adeguate sistemazioni per il personale militare di ogni grado e di obsolescenti infrastrutture per i trasporti e comunicazioni. La batteria Rondinella venne risistemata dall’ingegner Angelo Di Luigi Cecinato fra il 1903 e il 1904.

campo da tiro dei bastioni a difesa del Mar Grande

La Grande Guerra comportò, oltre al pieno ripristino del suo stato di piazzaforte militare, l’estendersi delle sue infrastrutture : il campo per gli inglesi a Cimino ed un importante deposito a Buffoluto. Le fortificazioni e batterie e relative infrastrutture facevano parte di un ampio disegno di militarizzazione della Puglia in virtù della sua posizione geopolitica nel Mediterraneo. Gli eventi bellici del ’15-’18 non coinvolsero direttamente Taranto a parte il tragico affondamento della Corazzata Leonardo da Vinci ma vi sono documentazioni che testimoniano l’accoglimento di personale militare rumeno alleato in area, in seguito allo spettacolare salvataggio messo in atto da parte della Regia Marina e franco-britannici durante il conflitto. Rondinella,S.Pietro e Paolo e S.Vito e altre batterie minori continueranno ad essere operative e oggetto di manutenzione ed aggiornamento costante fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le durezze delle condizioni post-belliche, gli smantellamenti e la generale obsolescenza per l’avvento di nuovi armamenti fanno sì che lentamente i bastioni di Taranto seguono anche essi il silenzioso destino di quelli eretti da precedenti dominatori e da effimeri progetti di gloria marziale.

Castello Aragonese – taranto

Ritorno Dall’Inferno

Missione Compiuta, si torna alla base. La squadra aveva fatto una buona caccia. Quattro piloti non fecero ritorno ( due prigionieri e due morti ) che al momento furono considerati casualties per assenza di più precise informazioni disponibili. Il cielo stava lentamente rischiarando quando smisero di girare le pale delle eliche e i piloti poterono guadagnarsi un attimo di riposo mentre l’intera squadra navale di Sua Maestà, rinunciando ad un nuovo assalto, iniziava la manovra di allontanamento. Supermarina aveva iniziato,intanto, a diramare ordini per trasferire via da Taranto le maggiori unità superstiti e in grado ancora di operare autonomamente. Durante le operazioni non si prestò molta attenzione ai pericoli incombenti sui convogli passanti per il Canale di Otranto per la presenza minacciosa di un’altra squadra nemica. Era in prossimità una squadra comandata dal Vice Ammiraglio Pridham-Wippel con incarico di distruggere convogli italiani. Le misure prese nel corso delle ore successive al Raid furono principalmente mirate a proteggere la base di Taranto, sopratutto con i sommergibili. Il Comando si limitò invece a dislocare una squadriglia di MAS nei pressi di Brindisi prevedendo di mettere in azione, più tardi, gli incrociatori presenti nella rada della sopracitata città.

Motoscafo Armato Silurante “MAS 500”

Nelle ore cruciali fra l’ 11 e il 12 novembre vi era una fitta rete di convogli militari fra la penisola e l’Albania e la squadra inglese, invece di allontanarsi come presupposto dal Comando italiano, rimaneva in area per proseguire la missione. Roma aveva sottovalutato il pericolo, ingannata anche da notizie rassicuranti di ritorno a Gibilterra di componenti della flotta inglese.


Sir Henry Daniel Pridham-Wippell

La squadra di Wippel, costituita da tre incrociatori e due cacciatorpediniere, entrò nell’area operativa di missione alle prime ore del 12 novembre, appena dopo la consumazione del Raid di Taranto. Un convoglio italiano di ben quattro navi di grosso tonnellaggio fu subito assalito in un breve quanto violento scontro dove le navi di scorta ebbero la peggio.

La scorta era costituita da un cacciatorpediniere ( Ramb III ) e da una torpediniera che tentò di difendere con accanimento eroico le navi da trasporto. Il comandante della Torpediniera Giovanni Barbini si guadagnò riconoscimento di atto di valore contro una forza attaccante schiacciante pur con la sconfitta ( la Fabrizi fu l’unica unità superstite del convoglio ).

cacciatorpediniere Nicola Fabrizi

Mentre si svolgeva il dramma nel Canale di Otranto, si attivò un imponente re-dispiegamento delle forze navali della Regia Marina. I due incrociatori Alberto di Giussano ed Armando Diaz lasciarono la base di Augusta per Palermo mentre le navi superstiti Vittorio Veneto,Giulio Cesare ed Andrea Doria uscirono per raggiungere Napoli.

CONCETTO GENERALE DEL REDISPIEGAMENTO DELLE NAVI DA GUERRA

Si scatenò frattanto, per alcuni momenti, una violenta schermaglia fra apparecchi italiani ed inglesi dove la RAF prevalse sui cieli di Malta mentre le squadre di Cunningham e Wippel si ritirarono a metà giornata avendo conseguito tutti gli obiettivi principali delle proprie rispettive missioni. L’intera flotta rimase ancora a distanza operativa da Taranto con il proposito di lanciare un nuovo raid ma il sopraggiungere di cattive condizioni climatiche e la dispersione dei bersagli imposero il termine dell’intera operazione. Inutili furono i tentativi di scoperta della flotta della Union Jack da parte degli aerei ricognitori italiani dalla base di Augusta per l’efficace azione di intercettazione dei Fulmar imbarcati.

Fulmar in azione

Il Primo Ministro Winston Churchill ebbe la soddisfazione di comunicare alla Camera dei Comuni l’esito dell’operazione Judgement la mattina del 13 novembre. Il resoconto era, come tipico del suoi modi, asciutto e diretto nascondendo quei timori espressi nei confronti delle corazzate italiane, in particolare le due Littorio e Vittorio Veneto e il sollievo ingenerato dalla messa fuori combattimento di una di esse. Le parole erano dure, di un vincitore sicuro di sé e della propria forza: E’ certo che sulla carta questa flotta era molto più potente della nostra flotta mediterranea , ma ha sempre rifiutato di accettare battaglia.

La Storia è tragicamente ironica a riguardo: gli italiani tentarono di restituire”pan per focaccia” agli inglesi con un incursione simile ma nettamente minore nella scala e nella preparazione alla base navale di Alessandria. Le perdite furono lievi ma il Comando Imperiale ebbe i “capelli bianchi” per l’agitazione in seguito alla constatazione che anche la loro più importante base era vulnerabile all’imprevedibile offesa aerea. I mostri dell’aria ormai hanno chiuso un era millenaria delle navi in superficie, insieme ai mostri nascosti nel mare quali i sommergibili. Nel corso della guerra, affonderanno imponenti battelli sotto i colpi di più minuscoli ma micidiali nemici mentre sempre più rari saranno i duelli a distanze di chilometri quasi oltre la capacità visiva dei partecipanti. Un segno premonitore delle guerre del futuro, combattute più attraverso schermi che a contatto rendendo la guerra più spietata e disumanizzata.

Pearl Harbour – come i giapponesi hanno studiato il raid inglese su Taranto.

Fuoco e Acciaio

I siluri erano pronti. I piloti assegnati alla missione di distrarre la preda sganciarono con successo, in rapida successione, i bengala senza incontrare alcuna opposizione. Altri continuavano ad avanzare a pochissimi metri dall’acqua avvicinandosi alle prede assegnate. La splendida corazzata Littorio,ammiraglia della divisione navale, fu fatta oggetto di ben tre siluri in due diversi attacchi avvenuti in rapida successione.

schema di attacco contro l’ammiraglia LITTORIO

Nel giro di un breve lasso di tempo anche la Cavour fu centrata da un siluro ben piazzato da Kenneth Williamson che perse però l’apparecchio in azione. Il coraggioso pilota venne catturato, insieme al navigatore Scarlett conosciuto dai suoi con lo pseudonimo di “blood”. Entrambi furono gli unici prigionieri dalla squadra inglese in tutta l’operazione. La bassa profondità del Mar Grande ha salvato invece la Doria. La Duilio non fu invece altrettanto fortunata. Oltre ai siluri, anche bombe furono sganciate a bassa quota nel tentativo di infliggere danni all’incrociatore Trento e cacciatorpediniere Libeccio. In mezzo alle esplosioni e fiamme, altri Swordfish sganciarono altre bombe su un capannone distruggendo un paio di idrovolanti della squadra di ricognizione marittima. Gli apparecchi britannici da Rondinella si tuffavano spegnendo il motore scansando abilmente il fitto fuoco di contraerea non solo da terra ma anche da molte navi presenti. Altre bombe caddero,mancando il bersaglio,vicino alla nave appoggio Miraglia. Non si accesero i proiettori, contrariamente a quello che si vede in dipinti e fu poi argomento di dibattito ma la circostanza ha,paradossalmente, reso meno facile la ricerca dei bersagli. Un secondo Swordfish fu abbattuto con il decesso dei due piloti a bordo in un avventata azione di mitragliamento contro l’incrociatore Gorizia. La corazzata Vittorio Veneto sfiorò la sorte toccata ad altre in seguito alla rinuncia degli aggressori di fronte al violento fuoco contraereo. Due apparecchi abbattuti a fronte di un consumo di migliaia di proiettili di vario calibro. La stampa di regime avrebbe poi modificato completamente il dato dichiarando invece un abbattimento di ben nove apparecchi.

Il Bollettino N.158 in Corriere della Sera

La notizia pubblicata sui quotidiani era il frutto di una relazione compilata da Supermarina per Mussolini all’indomani dell’attacco : Il fuoco contraereo è stato sempre molto intenso ed ha conseguito il risultato di abbattere sei apparecchi.

Emblema della Regia Marina come “Supermarina” durante la guerra

La relazione sui presunti abbattimenti era stata fortemente sostenuta dall’Ammiraglio Antonio Pasetti incaricato della difesa della base aggiungendo tuttavia la fortuita circostanza della mancata accensione dei proiettori e l’insufficiente sistemazione delle reti protettive.


Le reti protettive su mappa britannica inclusa nell’opera di Francesco Mattesini “La Notte di Taranto”



L’Ammiraglio Inigo Campioni condivise la posizione instillando un dubbio che poi è divenuto materia di tesi controverse anche diversi anni dopo la guerra su un presunto “spionaggio” come causa di un esito così disastroso: ( … ) c’è da ritenere che gli inglesi avessero informazioni assai esatte in proposito ( … ).

In un’altra relazione sull’argomento si è fatto anche cenno alla mancata esercitazione al fuoco notturno che sarebbe rimasto un punto debole per la Regia Marina anche in altre circostanze ed alle problematiche dovute pure alle limitate scorte di munizioni per le navi. Si ammise, a porte chiuse, che sarebbe stato opportuno evitare l’ammassamento di tutte le unità delle due squadre navali nel ristretto ancoraggio in cui si trovavano.

fra il cielo e il mare il fuoco distruttore

Le grandi navi Cavour,Littorio,Duilio apparivano completamente avvolte nell’oscurità appena lacerata dai lampi del fuoco. Gli impianti elettrici erano tutti saltati e l’acqua iniziò ad invadere intere sezioni. I danni furono tali che le navi divennero simili ad agonizzanti balene, muovendosi per raggiungere fondali più bassi come nella speranza di una rinascita.

I mostri d’acciaio manovrano per salvarsi dal sicuro affondamento –
illustrazione nell’opera di Francesco Mattesini “La Notte di Taranto”

Nel tentativo di salvare la Cavour si era consumata una piccola tragedia nella più grande: l’ammiraglio Bruno Brivonesi chiamò Ernesto Ciurlo comandante della nave ordinandogli di portare il battello verso l’arsenale nonostante le terribili condizioni in cui si trovava. Il gas,fuoriuscito per gli scoppi, stava intossicando parte dell’equipaggio. Il comandante comunicò che non sarebbe stato possibile eseguire la manovra e il litigio esplose con drammatico gesto finale di lavarsi le mani da eventuale responsabilità in caso di eventi irrimediabili. La Cavour, dopo peripezie, non affondò ma non entrò più in azione a differenza delle altre grandi navi sopravvissute alla Notte del Raid.

Corazzata Cavour dopo l’attacco

Dopo la tempesta, l’improvvisa calma. Il rischiarare dell’alba del 12 novembre si accompagnò alle grida degli uomini che accorrevano da ogni parte. I graduati, ad ogni livello, si diedero da fare per istruire i sottoposti in mansioni urgenti mentre feriti si raccoglievano e chi poteva, aiutava senza risparmio. L’Etere si riempiva di messaggi mettendo in moto la labirintica burocrazia e Roma ricevette le prime notizie attraverso canali gerarchici. Nel caos ebbe il sopravvento il timore di un nuovo attacco, stavolta anche con navi da battaglia “per il colpo di grazia” con la conseguenza che entrarono subito in azione i sommergibili Malachite, Nereide,Jalea ed Ondina con ordine di bloccare il passaggio per il Mar Grande.

Il sommergibile Nereide in azione



Incendio in Cielo e in Mare

I piloti sono nervosi. Innumerevoli volte si sono esercitati ed innumerevoli volte hanno appreso le complesse tecniche di attacco aerosilurante ma ogni occasione nascondeva pericoli ed imprevisti e l’errore aveva il suo prezzo: la vita.

HMS Illustrious

Il Quadrato era chiuso, guardie appostate fuori. Il livello di sicurezza ai massimi livelli. Il Nemico ti ascolta intimava costantemente da manifesti in ogni angolo dell’Impero e ogni informazione rubata dal nemico poteva portare a disastri, forse pure influenzare l’esito stesso della guerra. I dati corrispondevano a quelli previsti in un piano elaborato diversi anni prima ma tutto dipendeva dal perfetto funzionamento di apparecchi ed armi e dal sangue freddo e fortuna di ogni singolo pilota. Il successo avrebbe comportato la messa fuori gioco della pericolosa flotta nemica ma d’altra parte un fallimento avrebbe potuto anche spingere il nemico ad essere più aggressivo ed assertivo in un momento difficile per la Gran Bretagna sia a livello locale che globale.

Secondo il piano la Illustrious, accompagnata dagli incrociatori Gloucester, Berwick,Glasgow e York e torpediniere Hyperion,Ilex,Hasty e Havock avrebbe raggiunto la posizione localizzata a circa 40 miglia da Cefalonia da dove poi far partire in due ondate diverse dalle 9 di sera alle 10 di sera una forza di attacco complessiva di 24 apparecchi Swordfish. Le squadre erano organizzate nel medesimo schema di sei unità con siluri,quattro con bombe e i rimanenti due armati con bengala da segnalazione destinati per illuminare falsi bersagli per spostare l’attenzione della reazione nemica. Lo schema previsto fu cambiato soltanto per la seconda ondata che, invece di dodici, era prevista soltanto per nove in seguito alla recente perdita di unità per incidenti di volo occorsi pochi giorni prima La prima squadra, a fine briefing, prese i propri posti di combattimento immediatamente dopo l’imbrunire del cielo. I piloti venivano da squadriglie e portaerei diverse ma l’esperienza e la professionalità li univa e tutti nutrivano fiducia per il buon successo del piano organizzato e studiato molto attentamente dai propri superiori.

Gli apparecchi partirono tutti per direzione Taranto distante 180 miglia. La distanza, abbastanza elevata per gli standard dell’epoca, poteva essere percorsa con casse ausiliarie di carburante. Il viaggio, non scosso da intercettazione nemica, rischiò di far fallire prematuramente la missione per lo sbandamento di quattro unità su 24 per la presenza di banchi di nebbia ( in un mondo privo di GPS ) nonostante le pur ottime condizioni meteo. La squadra d’attacco si avvicinava al bersaglio da sud-ovest ad una certa distanza prevista per mascherare la reale provenienza dalla squadra navale appostata a sud-est.

Swordsfish nella notte

Le difese della base erano state accuratamente studiate ed erano imponenti con 21 batterie con un centinaio di cannoni e quasi centosettanta mitragliatrici leggere e pesanti ma penalizzate dalla perdita di più della metà dei palloni aerostatici per avversità meteorologiche e dalla insufficiente sistemazione delle reti protettive parasiluri. Erano presenti nella rada numerosissime navi da guerra anche per una progettata operazione contro la Grecia pur nel bel mezzo del conflitto in atto contro la Gran Bretagna.

Trasmissioni sonore furono intercettate e interpretate come possibile imminente minaccia. Di conseguenza ogni postazione fu prontamente raggiunta ma l’allarme rientrò dopo pochi minuti. Il nero cielo avvolgeva gli Swordfish che seguivano un piano di volo ben prestabilito. L’attacco doveva svolgersi da sud-ovest a nord-est in due principali direzioni. Gli apparecchi dotati di bengala avevano come scopo quello di illuminare falsi bersagli quali vari incrociatori e altri battelli ancorati l’intera linea costiera da Capo S.Vito a Taranto mentre gli altri dovevano sorvolare a quote basse e nell’oscurità sia l’intera linea costiera sia il tratto superiore prendendo come riferimento l’area di Rondinella e la grande isola di S.Pietro. Le aree da sorvolare erano difese da postazioni fortificate che risalivano agli inizi del XX secolo,progettate originariamente per sbarrare l’ingresso a navi da guerra, e ormai obsolete di fronte all’offesa aerea.

schema di attacco inglese

Gli apparecchi iniziarono a scendere lentamente di quota da circa 1500 metri e verso le 22 di sera videro esplodere sopra di sé vampe ed esplosioni della contraerea che aveva reagito immediatamente dopo una rapida sequenza di segnalata incursione aerea ma troppo tardi per sbarrare il passo agli aerei che ormai sembravano quasi planare sopra lo specchio d’acqua. Alle 23 gli Swordfish armati di bengala raggiunsero rapidamente Capo S.Vito e, seguendo perfettamente il piano, illuminarono l’intera zona. Era iniziata una danza di distruzione quasi apocalittica prevista dal piano,non a caso, denominato Judgement .

ASSALTO NEL BUIO

L’Impero in Mare

Una flotta di grandi proporzioni lasciò le proprie basi da Alessandria e da Porto Said il 4 novembre del 1940. l’ammiraglio Andrew Cunningham comandava la squadra con incarico di svolgere missioni in Egeo e a Malta come supporto alle esigenze dell’esercito imperiale di terra. Durante le operazioni la 431° squadriglia di ricognizione aveva confermato che il grosso delle corazzate italiane era ancora chiuso nella rada di Taranto. Il messaggio era stato ricevuto con una certa preoccupazione per la possibilità di doversi scontrare con essa in inferiorità numerica al momento ( 6 corazzate italiane contro quattro pur appoggiate da due portaerei per parte britannica ). Il momento critico passò senza la temuta battaglia nonostante la flotta inglese fosse stata intercettata dal sommergibile Pier Capponi e da aerei di ricognizione e diverse stazioni di vedetta in occasioni diverse dall’8 al 10 novembre. Inoltre la partenza delle navi inglesi era già stata segnalata grazie al servizio di spionaggio SIM in collaborazione con i colleghi tedeschi in territorio nemico. Gli aerei da ricognizione italiani corsero pericoli per svolgere la loro missione e purtroppo un idrovolante Cantz Z 501 fu abbattuto dai Sea Gladiator della Illustrious. Il Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica Francesco Pricolo aveva intuito il pericolo e fece partire squadre di attacco. Una dozzina di bombardieri S-79 del 34° stormo aveva tentato di avvicinarsi alla squadra inglese ma fu dispersa e costretta alla ritirata dalla pronta reazione degli intercettori Fulmar. Nonostante i continui segnali l‘alto comando italiano continuò a non voler ingaggiare battaglia nonostante il momento di superiorità numerica con le navi d’altura.

HMS ILLUSTRIOUS

Angelo Iachino era stato testimone della decisione di non far uscire la flotta per intercettare gli inglesi.

Era già troppo tardi per vendicare lo smacco subito a Punta Stilo.

L’attenzione era riservata tutta alle vicinanze di Malta con tre sommergibili in zona ( originariamente quattro ma uno di essi, il Santarosa, escluso per danni occorsi durante la missione ).

Gli inglesi mantennero per tutto il tragitto un rigoroso contegno offensivo contro ogni tentativo di scoperta nemica anche nei confronti della Spagna formalmente neutrale. Difatti i famigerati Fulmar abbatterono anche un S 79 spagnolo che operava nel settore nonostante l’assenza di belligeranza formale fra la Gran Bretagna e la Spagna di Franco. Il governo spagnolo,in realtà, forniva informazioni all’Italia contravvenendo al proprio stato di neutralità e di conseguenza l’abbattimento dell’apparecchio in zona di guerra fu un atto dovuto.


Savoia-Marchetti SM.79


Fra l’8 e il 9 novembre la squadra britannica, in base agli ultimi dati meteorologici ricevuti, iniziava i preparativi per colpire i fagiani come li definì Cunningham studiando i dati sulla disposizione delle corazzate italiane rimaste inattive del porto di Taranto. I piloti delle due squadre d’attacco costituite da Swordfish della Eagle e della Illustrious cominciarono a ricevere le ultime istruzioni in un briefing mentre fervevano attività per armare e preparare gli apparecchi sul ponte verso l’imbrunire della fatidica giornata.

piloti studiano gli armamenti della Swordfish

Aspettando La Notte

Il Comandante della Prima Squadra Navale Inigo Campioni aveva studiato la possibilità di un agguato insieme al Comandante del Porto Militare di Taranto l’Amm. Antonio Pasetti. Il rapporto scritto il 7 ottobre 1940 mise in evidenza il grande pericolo rappresentato dalla presenza delle portaerei in prossimità della delicata posizione di Taranto:

La presenza della nave portaerei ILLUSTRIOUS può consentire al nemico l’impiego di un numero di aereo siluranti e bombardieri molto maggiore di prima ( quando disponeva solo dalla EAGLE ) : conseguentemente l’offesa può avere carattere di massa che, se accompagnato dalla sorpresa, può portare a risultati molto importanti.

La base di Taranto rappresentava un bersaglio molto allettante per il nemico per la presenza di un forte nucleo di navi da battaglia scarsamente protette da adeguate protezioni contro siluri. Gli inglesi avevano già sperimentato con una certa efficacia le tecniche di attacchi aerosiluranti a Bengasi dove gli Swordfish misero fuori combattimento il cacciatorpediniere Borea.

HMS Liverpool danneggiata dalla 278° squadriglia aerosiluranti italiani

Numerosi attacchi si erano susseguiti con medesime modalità. Allo scoppio del conflitto gli aerei si rivelavano letali contro navi da guerra contrariamente alle aspettative prebelliche. L’aviazione italiana, fra il settembre e l’ottobre, ha inferto duri colpi agli incrociatori Kent e Liverpool.

Il contrammiraglio Lumley Lyster conosceva il grande potenziale dell’arma aerea ed è stato autore di un piano d’attacco contro Taranto prima della guerra. Egli riteneva che si dovesse subito cogliere l’opportunità di decimare la flotta avversaria con un solo micidiale colpo. Gli Swordfish, designati a tale compito, erano ritenuti adeguati con i siluri da 450 mm appositamente progettati per devastare anche le più spesse protezioni navali.

siluro Mark XII

Il Capo di Stato Maggiore Badoglio aveva esplicitamente affermato che non si doveva ricercare lo scontro diretto in sintonia con le convinzioni di Cavagnari che aveva stabilito la massima priorità alla scorta dei convogli per la Libia nonostante abbozzati e sfortunati tentativi nella battaglia di Punta Stilo.

Gli Inglesi guadagnarono iniziativa e non persero tempo quando si accertarono che nella rada di Taranto si erano concentrate le corazzate, grazie alla quotidiana sorveglianza da parte dei bimotori statunitensi Gleen Martin acquistati quando gli Stati Uniti ancora erano neutrali.


Glenn Martin 167. Martin A-22 Maryland